Il corvo, il sufi e il mio essere padre

Come ogni padre, quel che mi sta a cuore di più nella vita è il futuro di mia figlia. Come ogni padre ho ansie e preoccupazioni e mai come in questi due anni e mezzo mi sono interrogato sulla società in cui viviamo, su quali strade stiamo imboccando noi tutti e sulle scelte che compio ogni giorno, anche le più insignificanti. Sono convinto che anche mio padre nutrisse dei timori per il futuro; quando ero un ragazzino che frequentava le elementari prima e le scuole medie poi – i miei tre grandi spauracchi erano il nucleare, il buco dell’ozono e l’AIDS (non che sapessi bene cosa fosse quest’ultima cosa!); probabilmente le preoccupazioni di mio padre erano altre, più spicciole, di sicuro ne aveva, eppure credo che – in un modo o nell’altro – quel mondo gli apparisse tutto sommato corrispondente alle sue aspettative: le barriere si abbattevano e si pensava ancora che i figli avrebbero vissuto un futuro migliore di quello di padri.
Oggi invece le ombre coprono le luci. Le vedo che oscurano il sole come centinaia di stormi di corvi impazziti e mi fanno paura. C’è un storia di Swamp Thing, scritta da Alan Moore, in cui è proprio un corvo ad attraversare tutto il mondo conosciuto e oltre; al suo passaggio ogni male, ogni sentimento di odio, rabbia e paura emerge dai cuori degli uomini, ogni briglia è sciolta, non esistono più remore. Il corvo però non si ferma alla terra, vola sopra l’inferno e deposita al suo centro, prima di morire bruciato dal calore delle fiamme, una perla nera. E da lì, sorge la notte.
Io temo che quel corvo stia volando e che sia, come scrive Moore una stridente nota sul pentagramma, troppo alta se non per l’orecchio più fine e la notte sia l’odio, il razzismo, l’egoismo e la rabbia che si legge nei volti e si ascolta nella parole delle persone che incontriamo ogni giorno, comprese quelle a cui vogliamo bene. Non è facebook, non sono i social media, è il cuore dell’uomo che sembra un inferno in cui è stata depositata una perla nera.
Cosa posso fare io in tutto questo? Come posso tenere testa a tutto questo? Come posso consegnare a mia figlia un mondo che non abbia l’odio come motore immobile? Non posso. Posso insegnarle con le parole e soprattutto con i gesti quel che credo sia giusto, piantare un piccolo seme e credo che l’immagine migliore per rappresentare quello in cui credo le abbia scritto un sufi, Sulâmî. Si tratta di un brano brevissimo che usa la metafora dell’amore tra due persone per parlare della disposizione d’animo con cui ogni uomo dovrebbe rapportarsi all’altro. Il brano recita così:

Si narra di due amanti che stavano viaggiando per mare; quando uno dei due, caduto in mare, stava per annegare, l’altro si gettò per soccorrerlo. Disse il primo al compagno: «Ebbene, io sono caduto in mare, ma tu perché ti sei gettato?» L’altro recitò i seguenti versi: «Per te mi sono estraniato da me stesso / E m’è sembrato che tu fossi me»

Ecco, credo che sia questo quel che vorrei davvero insegnare a mia figlia. Un insegnamento che io stesso faccio fatica a mettere in pratica: l’altro non è me, ma affinché ci sia amore, rispetto, accettazione, devo estraniarmi da me e immedesimarmi in esso. Ciò costa fatica, è difficile, può dare in cambio dolore e sofferenza, l’immedesimazione può non essere corrisposta, ma per me la strada non può essere diversa. Non può esser l’odio di Salvini o Casa Pound, né l’egoismo del capitalismo o l’ipocrisia di chi pontifica in zone sicure, senza mettersi in gioco mai.

Il corvo, il sufi e il mio essere padre

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