L’imperfezione

Un pomeriggio di otto anni fa ero di ritorno da un pranzo con degli amici, ero a Milano sul tram 12 diretto a Piazza Duomo. Tra le mani tenevo un libro intitolato Il mio nome è legione. Non sapevo ancora che, qualche tempo dopo, il suo autore, sarebbe diventato un mio amico, ma il fatto che lo sia non è importante. Quel che importa è un passo del romanzo, un passo che mi colpì allora e su cui mi capita spesso di tornare con la mente:

Ci vuole un’imperfezione che ci permetta di amare; lascio un’imperfezione e so che così potrò prendermene cura un’altra volta.

Xilografia di Ikuhiro Kugo

Al tempo non capivo bene cosa volesse dire e forse neppure oggi ho colto tutti i suoi possibili significati. D’altra parte neppure i poeti o i narratori hanno la piena consapevolezza di ciò che scrivono. Oggi però credo di saperne qualcosa di più e per me questa frase vuol dire più o meno questa cosa qua:

Una parete levigata è impossibile da scalare; l’imperfezione è l’appoggio che ci permette una progressione altrimenti infattibile.

L’imperfezione – che sia nostra o di una persona a noi cara – non va amata come qualcosa di transitorio, di passaggio; come qualcosa destinata a cambiare o scomparire per lasciare il posto a qualcos’altro di nuovo e perfetto.
L’imperfezione va amata in quanto tale.

Che sia fisica o morale, che l’una non sia che il riflesso dell’altra, l’imperfezione è una porta d’accesso all’estraneo che ho di fronte affinché non resti tale e mi permetta di amarlo e prendermi cura di lui. Se l’imperfezione scompare, se non posso prendermene cura, perdo la possibilità di amare.

Ci vuole un’imperfezione che ci permetta di amare; lascio un’imperfezione e so che così potrò prendermene cura un’altra volta.

L’imperfezione

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