Di Salvatore La Porta e dell’Elogio della rabbia

In Tutto fa un po’ male gli Afterhours cantano: “l’odio è un carburante nobile”, ma forse si sbagliano; il carburante nobile non è l’odio – che è sterile – ma la rabbia e ha ragione Salvo nel suo Elogio della rabbia (Il Saggiatore) a parlarne come di uno strumento potente che [la rabbia] “se coltivata può cambiare il mondo”.
Faccio una premessa, Salvo – anzi Salvatore La Porta, così do un po’ un tono a questa riflessione – è uno dei miei più cari amici. Dirò di più, è una delle poche persone al mondo con cui ho litigato furentemente e per questa ragione è tra quelle a cui voglio più bene e  quando parlo di lui o, come in questo caso, dei suoi libri mi sento totalmente libero di dire quel che mi passa per la testa.
Leggendo Elogio della rabbia la prima cosa che ho pensato è che Salvo aveva voglia di scrivere un romanzo, ma non potendo farlo ha inserito quante più descrizioni, scene, suggestioni narrative possibili. Salvo però è un autore spezzato a metà perché i suoi ragionamenti – e se avete avuto modo di ascoltarlo durante una presentazione ve ne sarete accorti – hanno sempre due poli di riferimento opposti: la narrativa e la filosofia. Nella stessa frase (o al peggio nello stesso flusso di pensiero) passa liberamente da Heinlein a Giordano Bruno, dal Web a Madame Bovary, tutto questo, in un libro, ti costringe (autore e lettore) a camminare sul filo col rischio di trovarti fuori strada, di uscire dai binari. Ecco, Salvo è stato bravo – e penso che l’editor ci abbia messo del suo – a non farlo, nonostante questa “voglia” di narrare. Elogio della rabbia non è un libro “perfetto”, Less is more – se di perfezione vogliamo parlare – era più equilibrato, più meditato. Eppure Elogio della rabbia è un libro tremendamente sincero; un innesco laddove Less is more era una carica. La carica, qua, siamo noi.
La rabbia è un’energia pericolosissima” scrive Salvo a un certo punto “perché non ha bisogno della verità per essere efficace. Una menzogna è più che sufficiente a farla brillare”. Questa rabbia, la vediamo ogni giorno, è intorno a noi e mette radici in tutto ciò che abbiamo; è nascosta sotto parole come patria, religione, identità, sicurezza… Riprendo dal libro “Credo… che l’odio, il razzismo, il fascismo che ci circondano abbiano come causa proprio una mancata educazione a questo sentimento [la rabbia], una degenerazione della nostra ira, privata e sociale”. È come, mi viene da dire, indicare la luna a chi ti sta accanto e lasciare che guardi il dito. È indicare i deliri del capitalismo, gli errori della globalizzazione così come si è sviluppata, le disuguaglianze tra ricchi e poveri in Occidente e lasciare che l’odio si riversi sugli ultimi, sui diversi, sullo straniero.
La rabbia, scrive da qualche parte Salvo, nasce quando sentiamo di aver subito un’ingiustizia o che qualcuno a noi vicino ne sia stato vittima e per questo la rabbia unisce aggrega e crea identità aggiungo io (ma, dice Mark Lilla, l’identità è più facile da costruire a destra perché spesso chiede poco: maschio, bianco, occidentale, cristiano, per dire… ma su questo punto ci torniamo) a dividere invece è l’amore e divide per mille e più motivi: l’amore per la patria che spinge alla guerra, per la nostra famiglia che ci porta a essere ingiusti verso chi non ne fa parte, per una squadra di calcio etc etc… e più questo amore è “puro, incondizionato, fanatico, più produrrà odio e morte”. Ma poiché non possiamo fare a meno di amare è importante tenere a mente e ripetere come un mantra una frase che Salvo lascia a galleggiare a metà di una pagina: “Quando amate ricordate di essere giusti”.
La rabbia di cui scrive Salvo però non è una rabbia cieca, non è la rabbia che genera identità – vedi ancora Mark Lilla – il suo è “l’elogio della nostra rabbia migliore, guidata dall’intelligenza – non cieca ma argomentata, non meschina e contorta ma in piena luce e diretta, non comandata ma indipendente, non per amore, interesse o paura, ma per giustizia e nient’altro”. E di questa rabbia dobbiamo farci carico e accettarne la responsabilità e le conseguenze, deve essere una rabbia che nasce “coltivando l’indipendenza della nostra indignazione” perché “farsi indicare il bersaglio da caricare è un lavoro da tori, la cosa più umiliante che un essere umano possa fare”.
Quello che penso Salvo voglia dire, quello che io penso, è che troppo spesso siamo circondati, anzi troppo spesso siamo come, tu, io, cani che, a furia di leccare la mano del padrone, non capiscono più la differenza tra la carezza e il bastone e finiamo per offrire il collo al guinzaglio e mordere al comando.
Qualche giorno fa alla Federugby nazionale è stato richiesto di intervenire affinché i Briganti di Librino cambiassero denominazione perché quel nome “esalta un gruppo di malviventi in contrasto con i dettami in materia di ordine pubblico”, ma al netto dell’altra accezione della parola, “abbiamo bisogno di ricordare coloro che furono chiamati banditi e briganti” dei Pertini, dei Gramsci dei Sacco e dei Vanzetti, di chi diserta guerre ingiuste e disobbedisce a ordini sbagliati, di “ira che dimentica in fretta il volto del nemico” o per dirla con parole di De André “di pietà che non cede al rancore” perché in fondo penso che rabbia e pietà non siano altro che la stessa cosa.

Di Salvatore La Porta e dell’Elogio della rabbia

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