La sola cosa che conosciamo del futuro è il passato

Premessa
Si tratta dei my 2 cents su quello che viviamo, prendeteli per quel che valgono. Divagherò. I refusi sono inclusi nel prezzo.

1.

Illustrazione di Alessio Maggioni

L’ultima volta che lo vidi, mio nonno mi parlò dei suoi progetti per le campagne. Voleva piantare un nuovo vigneto, ammodernare il palmento e ristrutturare le stalle, abbandonate a se stesse da prima che io nascessi. Mio nonno aveva 90 anni, 5 anni prima era stato colpito da un ictus che ne aveva minato memoria e lucidità di pensiero. Fino al giorno prima aveva guidato la macchina, maneggiato il motozappa e sfidato – e sconfitto – a braccio di ferro il suo nipote più grande (ossia io). Era un ometto piccolo e forte, nato in una famiglia ricca che aveva conosciuto un tracollo finanziario. Aveva sposato una donna bellissima e testarda con cui era scappato di casa per il tempo necessario a rendere inevitabile un matrimonio che sarebbe durato tutto una vita. Cresciuto in una casa con i soffitti affrescati e le stanze riservate alla servitù, aveva preso in mano la zappa e si era reinventato contadino. In quella stessa casa sarebbe morto molti anni dopo pensando alla sua campagna e alle migliorie che gli avrebbe apportato. Il fatto è che noi viviamo come se dovessimo vivere per sempre, e questo è un bene, ma la sola cosa che conosciamo del futuro è il passato e noi del futuro che ci aspetta stavolta non abbiamo esperienza alcuna. E allora il futuro? Sarà identico a ieri sin da subito o ci vorrà del tempo? Cambierà tutto o solo qualche aspetto, più o meno significativo? Smetteremo – almeno noi borghesi nati tra gli anni ’70 e gli anni ’90 – di essere europei, cittadini di ogni dove? Ho letto decine di ipotesi, prospettive e previsioni e tutte mi hanno lasciato con la sensazione di trovarmi davanti a elucubrazioni più o meno accurate, più o meno masturbatorie; scenari apocalittici contrapposti a idilli sulle magnifiche sorti e progressive. Io però credo che stavolta non sappiamo nulla, che la storia insegna, ma la sola esperienza di cui serbiamo memoria e – a volte – insegnamento è quella che viviamo sulla nostra pelle. Stavolta siamo in territorio vergine, cosa sarà non possiamo saperlo.

2.
Credo che la nostra società, anzi credo che noi – dico noi perché società è una parola divenuta priva di senso, svuotata per lo meno da quando Margaret Thatcher dichiarò there’s no such thing as society – siamo affetti dalla “sindrome di Erisittone” che condannato da Demetra a una fame eterna finì per divorare se stesso, ma non prima di aver dilapidato i suoi beni e quelli dei suoi genitori e – a seconda della versione del mito – aver venduto più volte la figlia al mercato. Ecco noi divoriamo tutto,
Trovo che ci sia un filo di sottile ironia che lega il Covid-19 – il cui spillover pare legato all’umana ingordigia che tutto divora, alberi, animali, terra e mare – ed Erisittone, punito per aver abbattuto degli alberi in un bosco sacro allo scopo di costruirsi una sala per i banchetti.

3.
In un intervista che trovate online, Sciascia a proposito del dialetto dice così: Voler conservare ciò che deve morire è un’operazione un po’ necrofila. Questo assunto è valido anche per il sistema/società (produzione-capitale) se non fosse che l’esistenza in natura dell’Ophiocordyceps unilateralis ci dimostra come non sia universalmente vero. Mi spiego: l’Ophiocordyceps unilateralis è un fungo parassita che infetta le formiche e ne altera il comportamento a proprio vantaggio fino a condurlo alla morte. Ma come fa il fungo a prendere il controllo dell’insetto? Sembra che il cervello dell’ospite non venga intaccato e che il parassita produca delle sostanza chimiche che interferiscono col sistema nervoso a distanza. In sostanza più che di formiche zombie – così vengono comunemente chiamate – possiamo parlare di formiche marionetta.
Cosa c’entrano le formiche marionetta col dialetto e la necrofilia, ma soprattutto cosa c’entrano con noi? Se ci guardiamo intorno possiamo renderci conto di come in molti sono – siamo – insoddisfatti dello stato attuale delle cose. Questo malessere diffuso accomuna persone di differente credo politico, livello culturale o economico. Io, che amo ascoltare i discorsi delle persone intorno a me tanto quanto amo parlare, mi sono reso conto che tutti – o quasi – cerchiamo (o almeno fantastichiamo di ) di mettere in atto strategie per uscire da questa condizione, che si tratta di un voto di protesta o di prendere parte a una manifestazione, di trovarsi un nemico o semplicemente di sedersi e guardarsi intorno, ecco io vedo e sento del fermento, a Milano come a Catania o Gela, al bar, come al pub o su Internet. Direi quindi che il cervello – che ragioni bene o male – è intatto, si arrovella sui problemi. Il meccanismo però si inceppa in quanto non siamo noi a determinare la gran parte delle nostre azioni; tutti siamo manovrati a distanza da un macchina più grande, un leviatano che possiamo chiamare in molti modi – a me piace la definizione coniata da Mark Fisher, Realismo capitalista – che alla fine porterà alla morte dell’ospite. Alla nostra morte. Non parlo di assurdi complotti o cospirazioni, parlo di un sistema dal quale sembra – a oggi – impossibile uscir fuori vivi. Non importa cosa pensiamo, diciamo o facciamo, in ogni caso col solo esistere ci accaniamo in un atto di necrofilia conservando in vita ciò che deve morire, il Realismo capitalista. Per esistere il Leviatano ha bisogno di noi, ma così facendo ci condurrà alla lunga alla morte. Se moriamo noi, muore anche lui. Siamo zombie e marionette. Per fortuna c’è la non-vita e l’inevitabile necrofilia.

4.
Qualche giorno fa un mio amico è uscito, nonostante i divieti, a prendere una boccata d’aria a tarda notte ed è stato rapinato. Nel raccontare l’accaduto ha scritto:

“Spero che il ragazzo possa vendere il mio telefono per qualche soldo e comprarsi del cibo adeguato…aveva bisogno di cibo molto più di me…”

Come usciremo da questi giorni? Se parliamo dell’animo umano, allora saremo identici a prima. Ci sono e ci saranno gli stronzi e ci sono e ci saranno le persone in grado di comprendere gli altri. E anche se “possiamo condividere realmente le sofferenze degli altri uomini solo in misura molto limitata” è altrettanto vero che “dobbiamo imparare a valutare gli uomini più per quello che soffrono che per quello che fanno o non fanno”  (Bonhoeffer). Il mio amico lo ha fatto, il molti non lo faranno mai. E non per colpa del Covid-19.
Qualcosa però resterà, tutte le grandi epidemie hanno lasciato nei sopravvissuti e nelle generazioni successivi un marchio, un ricordo vivo e potente. L’epidemia rende soli, scrive Canetti che la speranza di sopravvivere isola l’uomo perché “dinanzi a lui sta la massa di tutte le vittime” .
Di immagini di fosse comuni a New York o di corpi gettati per strada in Ecuador ne trovate quante ne volete.

“Gli uomini morivano come le mosche. I corpi dei moribondi venivano ammassati gli uni sugli altri…
Tutti i rituali funebri erano caduti nel disordine: si seppellivano i morti come meglio si poteva.”
Tucidide

Qualche note veloce:
Ho mutuato il concetto della Sindrome di Erissittone da La democrazia del narcisismo di Giovanni Orsina, lui però lo applica ai partiti e all’antipolitica.
La citazione di Dietrich Bonhoeffer viene da La vita responsabile.
La citazione di Elias Canetti da Massa e potere.
La citazione di Tucidide da Storia della guerra del Peloponneso, ho però il ripreso il passaggio contenuto in Massa e potere.

La sola cosa che conosciamo del futuro è il passato

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